A un mese dagli attentati di Parigi abbiamo chiesto a Valentina Bagnoli, empolese trapiantata a Parigi da quasi 3 anni, qualche considerazione sull’ “11 settembre della Francia” o, come dico io, dell’Europa, perché quel giorno di terrore non ha scosso solo la Francia, non ha colpito solo Parigi, ma tutta l’Europa…

Intanto parlaci di quella notte… voi eravate a casa, ma vivete molto vicini a una delle zone prese d’assalto, cosa avete sentito e visto?

La sera del 13 novembre io e il mio ragazzo Luca eravamo a casa a vedere un film. Ad avvertirci di quello che stava accadendo fu mio fratello che, con un messaggio mi avvertiva che Parigi era sotto assedio. Da quel preciso momento ci siamo incollati ai programmi della tv francese.

Abitiamo nel 20° arrondissement, quindi a un paio di chilometri dalle zone degli attentati, zone che, tra l’altro, frequentiamo regolarmente. Quello che ricordo è il via vai di sirene, continuo. È stata una lunga notte.

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Foto: www.varesenews.it

E le sensazioni del giorno dopo?

Non è facile spiegare quello che abbiamo provato il giorno dopo. Personalmente mi sono svegliata da una notte molto inquieta e pensando a quello che era successo solo poche ore prima, ero incredula, sgomenta e impaurita.

Abbiamo letto e visto che i francesi sono stati molto solidali gli uni con gli altri in questo momento difficile…

Si, è vero. Già durante la sera del 13 novembre si era creata sui social questa catena di solidarietà nei confronti di tutti coloro che si trovavano per strada, perché magari a cena fuori o semplicemente a bere una birra, e non potevano rientrare. Fu “porte aperte” per tutti; un gesto semplice, ma di vitale importanza.

Adesso è passato quasi un mese, cos’è cambiato? Quali sono, se ce ne sono, i cambiamenti più tangibili del “prima” e del “dopo”?

In questi 30 giorni abbiamo assistito a un ritorno alla normalità, se così si può definire. È chiaro che niente sarà più come prima; parlando con le persone capisci che anche i gesti più quotidiani e semplici, come fare la spesa o andare a fare un aperitivo con gli amici, non sono più attività spensierate. Io stessa ho provato questa sensazione, dovendo partecipare a un paio di concerti proprio il week end successivo alle stragi. Probabilmente col passare del tempo questo stato d’animo si attenuerà, anzi ne sono convinta.

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Foto: giornimoderni.donnamoderna.com

Sicuramente vita e lavoro a Parigi vi legano ancora, almeno, per qualche mese a questa città, cosa vi auspicate?

Sono onesta, la prima settimana l’ho trascorsa pensando di tornare in Italia. È ovvio che la notte del 13 novembre non rimarrà un singolo evento. Viviamo in un Paese fortemente a rischio e ne siamo consapevoli. Tuttavia scambiando qualche parola con i miei compaesani, l’idea è quella di restare. Pensare di abbandonare un lavoro trovato con tanta fatica, una casa e la possibilità di avere un futuro normale per tornare a vivere con i genitori ed essere disoccupato no, molti preferiscono restare. Ed è comprensibile.

Abbiamo appreso che gli attentatori erano europei, francesi. Da straniera in Francia, come descriveresti l’integrazione da parte della società francese? Secondo te c’è un problema di fondo a livello d’integrazione?

È un argomento complicato quello dell’integrazione. Di sicuro in Francia c’è un forte senso di tolleranza; basti pensare che dopo quel venerdì non c’è stato nessun evento di discriminazione razziale nei confronti degli islamici, cosa che invece, purtroppo, è successa da noi in Italia. Ammirevole da parte dei francesi, che dimostrano grande intelligenza.

Tornando al discorso dell’integrazione, i problemi a mio avviso sono molteplici. Qui a Parigi e dintorni le persone di fede islamica sono spesso ghettizzate e questo di sicuro non è un bene. C’è però da dire che la nostra è un’epoca in cui la forbice della povertà sta aumentando e avere un lavoro stabile è tutt’altro che scontato. Molto spesso gli attentatori sono giovani ragazzi emarginati, senza lavoro, senza possibilità di scalata sociale, che vivono realtà estremamente povere. Questo ovviamente non deve giustificare certe scelte di vita e il compimento di determinati atti.

Viviamo un momento molto delicato. Senti parlare di guerra, di bombardamenti, di morti, di altra guerra e pensi che tutto questo non ti appartenga. Ritengo che nessuno sia detentore della soluzione, ma indubbiamente perseverare con atti di guerra può solo portare inevitabilmente ad altra violenza.

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Chi ha scritto il post

Giulia Farsetti

Nata nel 1989, sono laureata in Cinema Musica e Teatro e attualmente mi divido fra le mie varie passioni, sperando e cercando di farne, almeno di qualcuna, professione ufficiale. Avrei gradito la presenza di un centinaio di cloni per diventare surfista, astronauta, venditrice di zucchero filato, lettrice professionista e la lista potrebbe non terminare mai… Invece, al momento, mi dedico a tutto ciò che ha a che fare con l’arte: film, libri, arte contemporanea, organizzazione eventi, per diventare, chissà quando e chissà dove, una curatrice, una giornalista, una critica (e anche in questi caso, la lista potrebbe non terminare mai).